L’escalation militare del conflitto iniziato otto anni fa nel Donbass ha portato all’isolamento della Russia anche nel mondo sportivo.

russia

“Gloria all’Ucraina”, scritta apparsa sul caravan della nazionale russa di sci di fondo impegnata a Oslo nella Coppa di Mondo.

“La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”, scrisse il generale prussiano Carl Von Clausewitz nella sua opera magna, Vom Kriege (Della Guerra). E dato che il vissuto e la filosofia classica ci dicono quanto tutto nel quotidiano sia politica, intesa come teoria e prassi della vita pubblica (dal greco politikḗ tékhnē, “tecnica di governo della polis”); nonché sempre il vissuto e l’abbondanza di studi sociologici in materia evidenzino come lo sport sia cosa pubblica in quanto rito sociale e forma di divertimento di massa, ci si conceda un sillogismo: “lo sport è la prosecuzione della guerra con altri mezzi”.

Che lo sport sia uno strumento di pace lo si può dire solo ammettendo che può esser strumento di guerra. Strumento che non spara, ma che alimenta l’enorme arsenale della propaganda di guerra. Nei tempi antichi lo sport era un preparativo all’attività bellica come forma di addestramento militare, e non a caso tuttora in Italia molte discipline sportive sono praticate ad alti livelli solo tramite i corpi sportivi militari. Ma era al contempo canale di diplomazia, di competizione non guerreggiata: si interrompevano guerre e battaglie per le Olimpiadi, insieme di gare sportive consacrate agli dei. Le antiche si basavano su questo concetto, e su questo si basano le moderne (salvo per la consacrazione agli inquilini dell’Olimpo, sostituiti dai “valori dello sport), sempre state oltre che fatto sportivo in sé, anche teatro di confronto tra le grandi potenze. Uno dei tanti componenti del cosiddetto “soft power”.

Al di là della motivazione ufficiale con la quale il CIO, provando a salvare la propria autonomia e la propria etica, ha aperto la diga delle sanzioni sportive, ovverosia argomentando proprio con la “violazione della tregua olimpica” il provvedimento di esclusione delle delegazioni russe e bielorusse dai giochi invernali di Pechino, il rapido e progressivo allineamento del mondo dello sport all’ostracismo contro Mosca è solo l’ultimo, anche se per certi versi più forte, esempio di mondo dello sport come teatro dell’attrito geopolitico tra potenze. Nonché, probabilmente, anche indice di quanto gli ospiti del Cremlino abbiano sbagliato alcune valutazioni nell’avviare “l’operazione militare speciale” (definizione formale del conflitto per il governo russo). L’intervento diretto di Putin, che in realtà è l’ultimo atto di un’escalation della strisciante guerra civile in corso da 8 anni in Ucraina, ha visto il “soft power” della Russia reggere l’urto bellico molto meno dell’esercito di Kiev.

Alla decisione del Comitato Olimpico Internazionale sono seguite quelle di svariati organi di governo dello sport, tali persino da superare sotto molti aspetti il boicottaggio contro l’apartheid sudafricano: FIFA, UEFA, FIE (scherma, dove si è assistito anche alla caduta del suo presidente, l’oligarca russo-uzbeko Usmanov, già azionista dell’Arsenal e sponsor dell’Everton), IAAF/WorldAthletics, Eurolega, UCI (ciclismo) e via a proseguire. Il mantra è quello dell’esclusione dalle competizioni in corso di compagini russe e bielorusse, in quanto rappresentanti paesi considerati aggressori nel conflitto. Si salvano solo in parte gli atleti, che dove possibile gareggeranno come “neutrali” (come ad esempio nel tennis o nel biathlon, anche se in questo caso la loro facoltà di recarsi in Estonia per la Coppa del Mondo è tutta da accertare). Giusto o sbagliato, a emergere in tutto questo è proprio la posizione di debolezza della Russia come potenza. Già colpita a più riprese dalle sanzioni della WADA contro il “doping di Stato”, la forza e l’influenza di Mosca nello scacchiere dello sport, e ampliando in tutti quegli scenari che non prevedessero l’utilizzo dei nuovi tank T-14 “Armata”, è parsa rivelarsi fragile e irrilevante.

Un ostracismo senza precedenti

Il peso specifico delle sanzioni sportive, per quanto possa apparire secondario nel complesso delle misure internazionali contro la Russia, è molto concreto. E va articolandosi ben oltre le esclusioni, già di per sé eccezionali. Nel calcio, a provvedimenti formali quali la revoca di San Pietroburgo come sede della finale di Champions, si associano a decisioni più sostanziali: dalla rottura degli svariati contratti di sponsorizzazione del colosso russo Gazprom fino all’attuale “congelamento” del Chelsea di Roman Abramovich, che vanamente aveva tentato di smarcarsi dal club londinese prima del blocco deciso dal governo inglese, tale da metterne a rischio l’operatività corrente come società sportiva. Sorte simile pare toccare il Vitesse, rivale della Roma in Conference League, messo in vendita dal suo proprietario, l’oligarca russo Valeriy Oyf. E intanto, dopo i successi raggiunti nell’organizzazione dei giochi invernali di Sochi nel 2014 e dei mondiali di calcio del 2018, numerose competizioni già in programma sul suolo russo sono state annullate e si svolgeranno altrove. Ad oggi, per lo sport mondiale la Russia non esiste più.

Tra le altre cose, a esser apparso evidente è come queste decisioni nel mondo dello sport siano state, almeno in parte, figlie di pressioni arrivate dal basso, specie nei primi giorni successivi all’intervento russo. Tra atleti che rifiutavano di gareggiare e prese di posizione di varie personalità sportive di spicco, le federazioni si sono ritrovate a procedere con le esclusioni per salvare le proprie competizioni, prima ancora dell’arrivo di interventi più formali delle istituzioni politiche. Il ban degli atleti russi e bielorussi ha anche conseguenze paradossali: nella tendenza alla polarizzazione propria dei conflitti bellici, si va togliendo palcoscenici anche ai contrari al conflitto, mentre si sta già assistendo alle prime prese di posizione a favore, ricalcanti il “saluto militare” degli sportivi turchi a favore della guerra nel Kurdistan siriano.

Intanto, le reti di fisiologici e reciproci rapporti commerciali, economici, socio-culturali dell’Occidente con Mosca sono stati tranciati di netto, o quasi, con eccessi perfino inquietanti. L’Occidente è sceso in guerra senza sparare un colpo con il pacchetto di sanzioni, comprendenti quelle sportive, forse più vasto e pervicace della storia. Se non si può non imputare alla sua opinione pubblica quella solita tendenza all’indignazione un tanto al chilo, che ad esempio in tema di boicottaggi sportivi non ha spostato di una virgola la questione dei Mondiali di calcio in Qatar, rimane comunque ad oggi complicato (e forse pretestuoso) offrire a essa una lettura dei fatti che metta la Russia sotto una diversa luce: l’inusuale solerzia nel punire l’invasione (e l’invasore), con tutte le sue motivazioni di interessi egoistici, trova comunque una solida base nella pioggia di razzi Grad che cadono sulle assediate città ucraine. Non c’è giusto o sbagliato; c’è solo la guerra.

Fonte immagine copertina: Afp/Adnkronos

Fonte consultata: link nel corpo del testo

Segui le nostre live in cui trattiamo questi e altri argomenti!