Nella città dell’amore fraterno tiene banco da mesi il caso Ben Simmons. Il giocatore parrebbe essere affetto da problemi di salute mentale, ma non è tutto. Cerchiamo nelle righe che seguono di mettere un primo punto sulla situazione.

Ben Simmons

L’episodio che ha cambiato tutto

Semifinale playoff della Eastern Conference 2020-2021, gara 7. I Sixers ospitano gli Hawks, chi vince si guadagna la finale dell’Est contro i Bucks di Giannis Antetokounmpo. Tre minuti e trentasei secondi alla sirena finale del quarto periodo. Punteggio 88-86 per gli ospiti. Ben Simmons riceve spalle a canestro, in post, contro Danilo Gallinari.

Il “nostro” non è noto per essere uno dei più forti difensori del Pianeta. Simmons opta per un giro dorsale molto ben eseguito, che Danilo non tiene, nonostante il gomito a contatto come da manuale delle difese di una volta (oggi spesso gli arbitri fischiano contro il difendente). Simmons si trova lungo la linea di fondo, fronte a canestro, è solo. Tutti pensano ad una schiacciata, magari non così semplice come è stata descritta da più parti, ma pur sempre agevole per un atleta di quella caratura e con quel corpo.

Simmons però soffre di una strana sindrome da quarto quarto, che non gli consente di mettere a referto punti. Tiri? Col contagocce. Vede il rimorchio di Thybulle, specialista difensivo dei Sixers, e invece di schiacciare, da tipico pass-first guy, invita il giovane a prendersi la responsabilità del canestro al posto suo. La classica scelta che un all-star NBA non dovrebbe mai fare, se non in una situazione davvero senza uscita.

Thybulle, che di bellissimo ha soprattutto il nome, Matisse, viene spedito in lunetta senza troppi complimenti. Mentre Simmons esce mentalmente (ci è mai entrato?) e fisicamente dalla partita, i Sixers perdono la serie con Atlanta, corsara in gara 7 al Wells Fargo Center.

I tifosi e i social impazziscono. Joel Embiid, il centro camerunense, l’altro all-star della franchigia, toglie l’appoggio al presunto amico. Coach Rivers non sa che pesci prendere, a cosa appigliarsi per giustificare le prestazioni scadenti di un ragazzo titolare di un contratto al massimo salariale (estensione del precedente contratto da rookie) firmato l’estate precedente. Cinque anni, 177 mln e rotti garantiti. Un’enormità, per un giocatore incapace di prendersi un jumper a più di tre metri dal ferro. Ben Simmons è molto più di questo, ma ormai tutti se ne sono dimenticati.

Ben Simmons vuole davvero giocare a basket?

Eppure non è la prima volta che l’atteggiamento mentale di Ben Simmons viene considerato un fattore di rischio nella sua carriera. Anzi, pare sia sempre stato così, a leggere i report sul giovane Ben. Valutazioni effettuate da fonti attendibili, scout e psicologi ai tempi delle selezioni giovanili australiane. Ben si è trasferito in Florida alla Montverde Academy dall’Australia, quando già, da teenager, era unanimamente considerato una futura prima scelta NBA. Dopo aver vinto i campionati statali americani, ha accettato la borsa di studio di Louisiana State University, l’alma mater di Shaq O’Neal.

In maglia Tigers, Simmons non è riuscito però a realizzare, cifre a parte, quel cambio di passo tecnico che gli avrebbe consentito di ampliare il suo arsenale. I Sixers ne hanno fatto la loro ennesima prima scelta. Ne avevano accumulate così tante, sotto la gestione del GM Sam Hinkie, che sarebbe stato ovviamente complesso far rendere al meglio tutti i giovani, creando una mentalità vincente in una franchigia che, del tanking, ovvero di perdere di proposito, aveva fatto il suo mantra.

Così, al primo infortunio (frattura del quinto metatarso), Simmons ha saltato tutta la sua prima stagione, rimandando l’esordio in NBA al 2017-18. Era successa la stessa cosa, per due anni di seguito, all’altro uomo franchigia Joel Embiid. Accadde lo stesso a Nerlens Noel. Sarebbe stato lo stesso anche per Markelle Fultz. Già, Markelle, prima scelta assoluta del 2017, per il quale i Sixers si erano disperatamente spesi, scambiando la scelta con i Celtics che, alla terza, presero Jayson Tatum (in un draft che contava anche gente come Donovan Mitchell e Bam Adebayo, per citarne due diversi da Lonzo Ball).

Fultz è l’atleta che più di tutti, ex post, ha mandato in malora il cosiddetto “trust the process”, la strategia di lungo periodo di Sam Hinkie. Come un personaggio di Space Jam a cui hanno rubato il talento, svestita la tuta collegiale degli Huskies per approdare nella NBA, Fultz ebbe un risentimento neurologico alla spalla, “dimenticandosi” la meccanica di tiro. In campo, sembrò uno che non aveva mai tirato la palla in un cesto. Incredibile.

Negli anni, abbiamo visto diversi video in off-season di Ben Simmons che cercava di allungare il suo range di tiro. O meglio, che tentava di affidarsi (e di fidarsi) del suo jumper. Abbiamo assistito ai festeggiamenti “social” dei tifosi, che lo osservavano infilare triple da destra e sinistra in allenamento. Per poi non replicare mai in partita. Ora, avete presente Fultz che “si dimentica” la meccanica di tiro. Ecco, allo stesso modo Ben Simmons non riesce a tradurre in partita ciò che in palestra sembra ormai essere introiettato nel suo movimento di shooting.

I disastri della serie contro gli Hawks non hanno tardato a manifestarsi in fase di training camp. Attraverso il suo entourage, Simmons ha chiesto ufficialmente la cessione. Ma chi si accollerebbe un tale contratto alla luce dei difetti tecnici e psicologici dell’atleta? Quali sono i suoi reali margini di miglioramento?

Nella vita privata le cose non vanno meglio. Dopo essersi presentato alla ripresa degli allenamenti con lo stesso body language che mostrerei io il lunedì mattina dopo cinque turni di notte, Simmons è stato messo fuori squadra a tempo indeterminato. Non solo non gioca, non si allena. Ma le voci sul suo conto cominciano a farsi insistenti. Auto, case milionarie a Philadelphia e non solo, una vita in cui non ha voluto farsi mancare nulla. Pare che Ben Simmons sia al verde, broke, che non sappia gestire il suo patrimonio e che sia incapace di staccarsi dai videogiochi per parlarne.

I Sixers sono alla disperata ricerca di una trade che possa pareggiare contratto e valore relativo dell’atleta. Sembra una missione impossibile per il GM Daryl Morey, l’ex genio cacciato dai Rockets dopo il fallimento delle sue politiche oltranziste in matera di advanced stats e i commenti poco gentili nei confronti della Cina. Se Ben Simmons ha ancora un futuro da all star nella NBA, molto dipenderà da lui e da dove finirà a giocare.

L’impressione è che lo scopriremo molto presto, anche se a Philadelphia, per parafrasare una fortunata quanto amara serie TV, il sole non spunterà più per lui. In un momento in cui la salute mentale degli atleti, specialmente negli USA (vedasi la copertina del Time, con la ginnasta Simone Biles eletta atleta dell’anno), è sempre più preponderante, non è più possibile sottovalutare i rischiosi segnali che Ben Simmons sta lanciando al mondo suo e di chi lo circonda.

Fonte immagine copertina: pagina wikipedia Ben Simmons, di pubblico dominio.

Fonte consultata: Fadeaway World

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