I Saint Peter’s Peacocks sono un autentico miracolo sportivo. Il piccolo College del New Jersey è la prima #15 nella storia del torneo NCAA ad arrivare alle Elite Eight. Guidati dall’Head Coach Shaheen Holloway, un uomo abituato a sovvertire i pronostici, i Peacocks hanno sconfitto in serie una superpotenza come Kentucky nel primo round; Murray State al secondo turno; Purdue alle Sweet Sixteen. Nessuno era mai arrivato così lontano nel torneo NCAA con una testa di serie così bassa. Più che una March Madness, è una Miracle March.

Saint Peter's Peacocks e Shaheen Holloway HC

Anno del Signore 2000. Impazza la March Madness, il periodo dell’anno in cui accadono i miracoli nel basket, sponda collegiale. Il torneo NCAA è da sempre quanto di più imprevedibile ci sia nella pallacanestro mondiale. Gli studenti-atleti agognano un posto al sole, i palazzi dello sport di mezza America si riempiono. Orde di giornalisti ed analisti sportivi fanno previsioni, tessono lodi, cantano drammi. Milioni di appassionati compilano improbabili Bracket che nessuno indovinerà mai completamente. Ma vuoi mettere azzeccare le sorprese della stagione?

Shaheen Holloway è il playmaker titolare dei Seton Hall Pirates, College del New Jersey che si presenta al Grande Ballo con la testa di serie numero 10 nell’East Regional, la parte del tabellone che si disputa vicino casa, a Syracuse. Quattro anni prima, Shaheen aveva giocato da titolare il McDonald’s All American Game, in rappresentanza della squadra dei liceali dell’Est. Al suo fianco, da Philadelphia, c’era un certo Kobe Bryant. Nell’Ovest giocava Mike Bibby, che avrebbe fatto le fortune dei Sacramento Kings nella NBA.

La selezione di Holloway era nettamente la migliore e prevalse. Fu una partita con tanti volti noti: Jermaine O’Neal, Rip Hamilton, Vassil Eftimov (bulgaro che avremmo visto in Italia in particolare alla Fortitudo Bologna), Tim Thomas, Stephen Jackson, Corey Benjamin, Mateen Cleaves. Un’autentica parata di future stelle NBA, insieme a ottimi professionisti in divenire. Eppure, fra questi, il titolo di miglior giocatore della partita fu proprio appannaggio di Holloway.

La point guard del New Jersey, anche in virtù di quella partita, fu approcciata dal più grande coach di College basket in circolazione, Mike Krzyzewsky, di Duke University. Holloway visitò Duke due volte, Coach K era convinto di averlo reclutato. Ma alla fine scelse di restare nei pressi di casa, a Seton Hall. “Non potevo lasciare il mio barbiere nel Jersey”, disse. Nessuno aveva mai detto no a Coach K dopo aver visitato Duke due volte. Holloway sembra avere nel papiro dove è scritto il suo destino i caratteri tipici di chi sovverte i pronostici. Ma anche col destino, prima o poi, tocca fare i conti.

In quel torneo NCAA del 2000 Seton Hall esordisce contro la testa di serie numero 7, Oregon, e vince di un punto con un canestro in lay-up allo scadere. Di chi? Di Holloway, naturalmente. Il secondo round si gioca contro la testa di serie numero 2, Temple. La partita, nonostante le 8 seed di differenza, è tiratissima. Alle battute finali, il centro haitiano dei Pirates Samuel Dalembert stoppa un tiro rispedendo la palla dall’altra parte del campo per il contropiede di Seton Hall, guidato manco a dirlo da Shaheen Holloway.

Il playmaker si butta dentro e inciampa sul piede del play avversario Pepe Sanchez, futuro nazionale argentino, oro ad Atene 2004 (non c’è bisogno che scriva quale nazionale si mise al collo l’argento). Holloway salta male e atterra peggio, sulla caviglia, procurandosi una pesante distorsione.

Sarà questa la sua ultima giocata della carriera a livello collegiale, mentre quella caviglia non tornerà mai davvero al suo posto, precludendo al Jersey boy una carriera di tutt’altro livello. Seton Hall vincerà quella partita ai supplementari (con una tripla del play di riserva), concludendo la sua marcia alle Sweet Sixteen contro la numero 3 Oklahoma State, dopo una dolorosa sconfitta di 2 punti, in cui Darius Lane, il compagno di reparto di Holloway, senza gli assist del playmaker titolare aveva dovuto mettersi in proprio, tirando un orribile 2/18 da 3 punti.

Holloway gira il mondo in cerca di contratti sufficientemente remunerativi da tirare avanti. Israele, Inghilterra, Turchia, Germania, Repubblica Dominicana, minors americane. A 31 anni dice basta, è l’ombra di se stesso e quella caviglia fa troppo male. Comincia una lunga gavetta da assistente allenatore di College. Prima a Iona. Poi nella sua alma mater Seton Hall. Nel 2018 decide di mettersi alla prova, accettando il posto di capoallenatore di un piccolo college di prima divisione, facente parte della MAAC (Metro Atlantic Athletic Conference), una conference povera di talento e di budget. A malapena raggiunta dalle briciole della redistribuzione dei proventi mediatici delle cinque principali conference del basket collegiale.

Cenerentola non ha perso solo una scarpa. In questo caso è completamente scalza. Ma è sempre Cinderella, e una volta raggiunto il ballo, danzerà.

Come hanno fatto i Saint Peter’s Peacocks ad arrivare alle Elite Eight?

I Saint Peter's Peacocks esultano dopo aver sconfitto Kentucky. Da notare che tutti gli atleti, quando non in campo, indossano la maglia "Black Lives Matter" sopra quella da gioco (fonte foto: cnn.com)

I Saint Peter’s Peacocks esultano dopo aver sconfitto Kentucky. Da notare che tutti gli atleti, quando non in campo, indossano la maglia “Black Lives Matter” sopra quella da gioco (fonte foto: cnn.com)

I Saint Peter's Peacocks esultano dopo aver sconfitto Kentucky. Da notare che tutti gli atleti, quando non in campo, indossano la maglia "Black Lives Matter" sopra quella da gioco (fonte foto: cnn.com)

Saint Peter’s College, i Peacocks, dicevamo, ovvero i pavoni. Ma nella palestra dove gli studenti-atleti si allenano c’è poco da pavoneggiarsi. Ci piove dentro. L’aria condizionata funziona a singhiozzo, sembra di essere in una qualunque palestra di Promozione italiana. Persino nello studio dove operano allenatori, assistenti e match analyst, ci sono perdite dal soffitto. Il campo da gioco è stato ristrutturato da poco, lo chiamano “Run Baby Run”, ora.

E i ragazzi, spinti da Coach Holloway, ci mettono poco a volare. I Peacocks hanno partecipato al Torneo NCAA tre volte, dopo aver vinto la MAAC, una conference che esiste dal 1980 e conta, fra i college con maggiore tradizione cestistica, Manhattan, Iona e Quinnipiac. Nell’ultima partecipazione, nel lontano 2011, Saint Peter’s ha perso al primo turno contro Purdue. I Peacocks hanno sempre lasciato il torneo dopo la prima partita. Tre presenze, altrettante L. Al quarto tentativo, al quarto anno di Coach Holloway sulla panchina, l’ultimo del suo contratto, avrebbe dovuto essere diverso?

Saint Peter’s si distingue nel basket per creare un roster di studenti-atleti ampio ma senza alcuna altra offerta di borsa di studio in college di Division I. Non deve sorprendere. Il budget per la pallacanestro è fra i più bassi della divisione. Holloway percepisce circa 260.000 $ all’anno, laddove i principali Head Coach a questi livelli hanno stipendi a 8 cifre, e gli zeri scendono raramente sotto i 6 di media. Saint Peter’s a febbraio, dopo la sconfitta con Siena (sì, nella MAAC c’è un college con questo nome) ha un record perdente.

Da allora, però, vince tutte le partite fino alla conquista del titolo di conference che, obtorto collo, costringe la NCAA ad ammettere i Peacocks al Big Ball. Testa di serie numero 15, contro la 2, i Kentucky Wildcats di Coach Calipari, una delle massime eminenze della pallacanestro collegiale. Solo i bambini, qualche tifoso e chi compila il bracket a casaccio concede ai Peacocks il lusso di passare il turno. Una terzina infernale di sconfitte, i Peacocks. Otto titoli NCAA i Wildcats. Uno dei quali sotto Coach Cal, che da italo-americano è presente sia nella Hall of Fame del basket americano (solo uno di sei allenatori collegiali), sia in quella italiana. Pressoché una divinità.

I Peacocks però contano su un roster molto largo, in cui tutti hanno minutaggio. Il pezzo forte è la fase difensiva, in cui eccellono tre elementi di origine africana. KC Ndefo, nato in Nigeria ma trasferitosi da ragazzo a New York con la famiglia. In estate aveva salutato la truppa, per giocarsi le sue carte di pericoloso intimidatore d’area in un college di alto livello, che potesse dargli quella notorietà necessaria al grande salto nei professionisti, a costo di restare fermo un anno. Non è arrivata nessuna offerta, e ha fatto ritorno al campus.

Qui ha ritrovato due gemelli maliani, Fousseyni e Hassan Drame. Due ali che hanno un recente passato da underdog di lusso, quando hanno guidato il Mali under-19 ai Mondiali di categoria fino ad un’incredibile finalissima, persa contro i mostri USA. I frombolieri Daryl Banks III e Doug Edert. Matthew Lee è l’unico altro atleta oltre i 20 minuti a gara. Gli altri elementi di contorno si dividono fra gli 8 e i 18 minuti a gara (nel college basket le partite durano 40 minuti).

Ci sono tutti gli ingredienti per far bene. Ma a quale livello? Tutti sono convinti che i Wildcats faranno un sol boccone dei malcapitati pavoni. D’altronde, come scrive Rodger Sherman su The Ringer, il sistema NCAA è disegnato in modo specifico per favorire i college principali delle cinque migliori conference, attraverso una forbice economica che va via via allargandosi. Ricordiamo che gli studenti-atleti non percepiscono salario, ma solo rimborsi.

Eppure la qualità dello studio e della vita nel campus non possono essere simili per tutti, e variano a seconda dell’importanza del college. Più che probabilmente, la maggior parte degli atleti di Saint Peter’s è lì per laurearsi, non per giocare a basket, anche se questo è il biglietto da visita attraverso cui si sono guadagnati (non tutti ovviamente) la borsa di studio. Questo, al contrario di Kentucky, il cui precipuo scopo a livello sportivo è formare e lanciare talenti nello star system dello sport professionistico. In questo caso, la NBA.

Eppure, a causa dell’evidente riduzione della competitività del basket collegiale, le sorprese negli ultimi anni sono state sempre più frequenti. Addirittura nell’edizione del 2018,  per la prima volta nella storia, si è registrata la vittoria di una numero 16 contro una numero uno. Nello specifico, i Retrievers di UMBC hanno fatto fuori Virginia con un netto +20 (74-54). Il più grande upset nella storia del college basket? A livello di seeding, è corretto sostenerlo. UMBC uscì al turno successivo contro Kansas State, ma i Retrievers non sono un miracolo: i loro investimenti nel basket non sono affatto paragonabili alla Cenerentola Saint Peter’s.

UMBC gioca in un palazzo dello sport appena costruito da 87 milioni di $, mentre i Peacocks sono perennemente a rischio slittamento gara poiché la loro arena, vecchia di 47 anni, perde dal tetto. Cooper Calzonetti, ex assistente di Iona, ha raccontato che durante una trasferta a Saint Peter’s allo Yanitelli Recreational Life Center (quello che l’anno scorso, dopo un finanziamento di 5 mln, è stato come dicevamo poc’anzi ribattezzato “Run Baby Run Arena”), durante il riscaldamento al primo tiro, un giocatore colse il ferro, e il canestro cadde sul parquet. Quaranta minuti di ritardo per la partita in attesa di comprare e installare un canestro nuovo. Durante i lavori di rinnovamento, i Peacocks hanno giocato in una palestra del New Jersey senza acqua calda e aria condizionata. Umiliante, per un college di Division I.

Non serve aggiungere altro a completamento del miracolo, se non la suddetta Miracle March. E mi si perdoni il gioco di parole all’inglese, in questo caso coniato personalmente. Da March Madness (la follia di marzo) a Miracle March (marcia miracolosa) il passo non è così breve, se ti chiami Saint Peter’s.

“I miei giocatori vengono dal New Jersey e da New York. Pensate che abbiamo paura?” Tuona Coach Holloway. No, nessuna paura. Saint Peter’s sconvolge il mondo del basket eliminando Kentucky con un insindacabile 85-79 (alla faccia della squadra solo cuore e difesa), grazie a 20 punti dalla panchina di Edert. Uno che non aveva mai sentito parlare di Saint Peter’s, pur essendo cresciuto a pochi isolati dal campus, fino a che non gli hanno fatto recapitare a casa la lettera di recruiting.

I Peacocks si ripetono al secondo round contro Murray State con un netto 70-60, raggiungendo le Sweet Sixteen. L’ultima squadra dell’area di New Jersey ad arrivare fra le migliori 16? Indovinate un po’, la Seton Hall del 2000, la squadra in cui militava Holloway, che come abbiamo visto quella partita non poté giocarla per infortunio.

Ma Saint Peter’s fa di più. Continua la sua incredibile cavalcata vendicando la sconfitta del 2011 contro Purdue, con i Boilermakers che falliscono la tripla del possibile pareggio sulla sirena, mentre i Peacocks stavano già festeggiando con la palla, la cui parabola era visibilmente storta, ancora in volo. Prima e unica squadra con la testa di serie numero 15 ad arrivare alle Elite Eight. Sfideranno domenica, nella notte italiana, un’altra grandissima del college basket: i North Carolina Tarheels. E chissà che, dovessero compiere l’ennesimo miracolo, Coach Holloway non ritrovi alle Final Four la Duke di Coach K, al suo ultimo anno da allenatore, e con una voglia matta di lasciare ancora da campione.

Comunque vada, Holloway tornerà a Seton Hall, la sua alma mater, stavolta da capo allenatore, dopo aver servito da assistente sotto Coach Kevin Willard, che ha firmato per Maryland e che ha fatto il nome di Holloway come suo successore. Ma l’ex play che nel 1996 si prese il lusso di strappare il titolo di MVP del McDonald’s All American dalle mani di Kobe, non pensa al suo futuro. “Cosa diranno adesso? Dubiteranno ancora di noi, del nostro lavoro? Lasciate che parlino pure”. Si è lasciato andare nell’intervista post-partita contro Purdue. Holloway è concentrato solo sulla sfida a North Carolina. E i suoi ragazzi sono altrettanto focalizzati. Potete scommetterci.

Fonte immagine copertina: si.com

Fonte consultata: theringer.com

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