Il centro dei Boston Celtics, che è appena diventato cittadino statunitense e ha aggiunto il cognome “Freedom” all’anagrafe, si è messo in testa di ergersi a paladino dei diritti umani globali. Come e perché cerchiamo di spiegarlo in queste righe.

Scarpe di Enes Kanter indossate contro gli Charlotte Hornets il 25 ottobre

“Felt like the weight of the world was on my shoulders…
Pressure to break or retreat at every turn
Facing the fear that the truth had discovered
…No telling how all this will work out
…But I’ve gone too far to go back now.

…I am looking for freedom, looking for freedom…
And to find it cost me everything I have…
Well I am looking for freedom, looking for freedom
…And to find it may take everything I have…”

(Freedom – Anthony Hamilton feat. Elayna Boynton – Django Unchained Soundtrack)

Enes Kanter contro tutti

Col passare degli anni, Enes Kanter è diventato ormai un caso. Le sue battaglie, dalla Turchia di Erdogan, si sono spostate verso la Cina, i diritti delle minoranze nel Paese, e tutti coloro che, a suo avviso, non fanno abbastanza per sottolineare ciò che accade dal Medio all’Estremo Oriente.

Il 26 ottobre, nella quarta partita stagionale dei Celtics allo Spectrum Center di Charlotte, North Carolina, un uomo si aggira per il campo con delle particolari scarpe “customizzate”. Difficile che passi inosservato. Alto 2.11, fisico strutturato, il body language di chi bazzica da diversi anni i parquet della NBA. Nella sua lunga carriera ha guadagnato poco oltre 100 mln di $. La maggior parte dei quali attraverso un contratto da 70 milioni firmato nel 2015 per gli Oklahoma City Thunder, allo scadere di quello da rookie con i Jazz, che l’avevano scelto con la terza chiamata assoluta nel 2011. Il draft di Kyrie Irving alla 1, per intenderci.

L’atleta in questione quella sera non avrebbe giocato, ma il suo messaggio sarebbe arrivato forte e chiaro ai piani alti della Lega. Da tempo, infatti, alla soglia dei 30 anni, la sua presenza in campo fa da semplice megafono per le sue battaglie fuori dagli stadi. Erdogan, il “primo nemico”, ha appena emesso attraverso le forze di polizia il decimo (!) mandato d’arresto nei suoi confronti. Ad Enes Kanter è stata revocata la cittadinanza turca, poiché ritenuto colpevole di aver sostenuto e foraggiato il golpe “gulenista”. I suoi genitori sono finiti in tribunale per tradimento, col papà in carcere che ha pubblicamente diseredato Enes.

L’ex stella del basket turco e della NBA (lo ricorderete ai Kings e ai Magic), Hedo Turkoglu, vicino al Premier Erdogan, ha definito Kanter l’anti-turco per antonomasia, con l’attuale lungo dei Celtics che gli ha dato del “pupazzo” senza mezzi termini. Più volte Kanter ha dovuto annullare la sua partecipazione ai basketball camp internazionali delle sue squadre per paura di ritorsioni. Sui social, dei cui profili personali è attento gestore, afferma di temere per la sua vita a causa di non meglio precisati “sicari” di Erdogan.

Eppure non ha alcuna intenzione di fermarsi, come ha scritto un mese fa. Il nuovo centro delle sue battaglie, oggi, è la Cina del “dittatore” Xi Jinping (stesso titolo che non ha mai risparmiato a Erdogan, in questo caso riecheggiato anche dal Premier italiano Draghi ndr).

Da Hong Kong a Taiwan, passando per il Tibet e per la questione uigura, Kanter ha preso a cuore tutte le minoranze oppresse dal governo cinese. Le scarpe indossate quella sera nel North Carolina, al cospetto del proprietario degli Hornets, Michael Jordan, erano un monito molto preciso. Alla Nike, a Lebron James, e allo stesso Air, che a partire dalla Nike ha costruito il suo marchio. La scritta disegnata sulle sneakers è inequivocabile: “Hypocrite Nike, made with slave labor”.

Il riferimento è ai campi di lavoro forzato, noti attraverso la propoaganda cinese come “rieducativi”, in cui vengono impiegati i dissidenti uiguri, rappresentanti della minoranza turcomanna cinese presente nel territorio dello Xinjiang. D’altronde, a detta di Enes Kanter, è su questi campi che si fonda parte del lavoro sommerso che la Nike appalta in Cina. Non è questa la sede opportuna per confutare una dichiarazione tanto grave da parte dell’atleta, apolide dal momento in cui ha perso la cittadinanza turca fino al 29 novembre 2021, giorno in cui è diventato cittadino statunitense. Fatto sta che, chiamando in causa due dei più grandi atleti della storia dello sport, non solo del basket, con legami con la Nike, ha attirato su di sé parecchie attenzioni. E come risultato, parecchie critiche da destra e da sinistra.

To the owner of @Nike, Phil Knight

How about I book plane tickets for us
and let’s fly to China together.

We can try to visit these SLAVE labor
camps and you can see it with your
own eyes.@KingJames @Jumpman23
you guys are welcome to come too.#EndUyghurForcedLabor pic.twitter.com/241bg887JO

— Enes Kanter FREEDOM (@EnesFreedom) October 26, 2021

La percezione dei colleghi: un personaggio troppo scomodo?

La Turchia, si sa, attraverso la NATO, è un alleato complesso per gli USA in Medio Oriente e nel Nord Africa. La politica imperialista di Erdogan, però, si sta giocando in maniera piuttosto autonoma dagli americani, e in aperto contrasto con la Russia. Nel caso della Cina, altresì, il feeling negli USA da Trump in poi, e dalla questione pandemica in avanti, è assolutamente anti-cinese.

Basti pensare che solo due anni fa, l’allora GM dei Rockets Daryl Morey (oggi ai Sixers), si era espresso in favore dei diritti dei cittadini di Hong Kong. Come risultato, la NBA si era dissociata da quelle sue dichiarazioni, ma la Cina, dove i Rockets erano la squadra più tifata grazie alla lunga militanza dell’Hall of Famer Yao Ming, sospese la trasmissione delle partite di Houston e di diversi altri programmi, generando una perdita di profitti per la NBA di 400 mln $.

Qualcosa di simile è accaduto con le gare dei Celtics dopo l’episodio del 26 ottobre. Kanter ha fatto disegnare molte altre scarpe in chiave anti-governativa cinese, tanto da ricevere il sostegno della presidente taiwanese Tsai Ing-wen. Ha chiesto inoltre al commissioner NBA Adam Silver se stesse infragendo le regole. La risposta è stata “no, non stai infrangendo alcuna regola”. E così, ha deciso per l’unica strada possibile: andare avanti senza alcuna intenzione di smettere. Si stima che la NBA, a causa delle proteste di Enes Kanter, potrebbe subire ulteriori perdite fino a 10 miliardi di dollari. Evidentemente, da due anni a questa parte, e con la burrascosa vicenda della tennista Peng Shuai a tenere banco a livello globale, qualcosa è cambiato.

Era quindi attesa la risposta di Lebron James. L’atteggiamento del King non è passato inosservato. All’inizio, silente. Sul campo, in seguito, ha risposto con delle scarpe customizzate e griffate Nike, a sottolineare che lui è perfettamente aggiornato e conscio di tutto ciò che gli accade intorno. Lo stesso Lebron, incrociando Kanter nel prepartita di una brutta sconfitta dei suoi Lakers contro i Celtics, ha riferito che “un uomo ha il dovere morale di dire ciò che pensa face to face”. I due, invece, non si sono degnati di uno sguardo.

Kanter ha sottolineato come, in occasione di alcune partite in cui ha indossato delle scarpe anti-Cina, molti suoi colleghi gli abbiano chiesto di toglierle. Con il supporto dei suoi compagni di squadra ha deciso però di indossarle. La sua presenza in campo, scorer e rimbalzista di qualità in uscita dalla panchina (dalla quale si alza ormai molto meno spesso), è completamente oscurata dal personaggio.

Quale sarà la sua prossima battaglia e fino a che punto Kanter vorrà spingersi, rischiando di inimicarsi l’intero establishment, è qualcosa che, a sensazione, scopriremo molto presto. Come un novello Django Unchained, Kanter si batterà fino alla fine per i diritti umani globali che sentirà più vicini alla sua idea di mondo. Non importa se le sue battaglie non vengono condivise dagli atleti afroamericani, più vicini alle questioni del movimento Black Lives Matter. La ricerca della libertà di Enes Kanter, per parafrasare il testo del pezzo tratto dalla soundtrack di Django Unchained, con la citazione del quale abbiamo aperto questo articolo, arriverà ad un costo. Quello di sacrificare tutto.

Fonte immagine copertina: CNN

Fonte consultata: CNN, twitter, NBA games

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