Il 26 gennaio 2020, a Los Angeles, il mondo dello sport perdeva uno dei suoi più illustri rappresentanti, Kobe Bryant, in circostanze tragiche. Sull’elicottero con il quale era in viaggio, morirono insieme a lui la figlia Gianna, 13 anni, e altre sette persone. A distanza di due anni, riflettiamo sull’eredità del fuoriclasse nato a Philadelphia, ma che ha legato la sua carriera ai colori gialloviola.

Kobe Bryant

Michale Jackson. Whitney Houston. Prince. Sono solo alcuni fra i supervip che, poco dopo la propria morte, sono finiti nell’ultim’ora di TMZ. Di proprietà della WarnerMedia, partner della CNN, TMZ nasce come testata di gossip, perlopiù a sfondo scandalistico. Ad approfondimenti patinati si aggiunge una profonda e capillare copertura del territorio angeleno. Se succede qualcosa sulla West Coast, in particolare da Hollywood a South Central (ovvero, dagli attori del cinema americano ai peggiori gangsta rapper di LA), TMZ è il primo canale a riportarlo. Spesso, arriva alla notizia prima ancora che le autorità ne abbiano reso noti i contenuti sensibili alle famiglie. Inutile dirlo, quando alle 2.24 pm, ora locale, si diffonde la notizia che un elicottero è precipitato in una county di LA, è TMZ a rendere virale la notizia che Kobe Bryant è morto.

“Come? Kobe? Ma di che stiamo parlando!” Sui cellulari di tutto il mondo, nelle chat dei social network, la notizia si rincorre alla velocità di un neutrino al CERN del Gran Sasso. Personalmente, non interesserà a nessuno ma è sintomatico del momento, ero allo stadio San Paolo per Napoli-Juventus. Insomma, non la migliore copertura internet del globo. Nella fila in Curva di fronte alla mia, senza neppure troppo interesse, alcuni ragazzi cominciano a parlarne.

Sarà un fake news, mi dico. L’abbiamo pensato tutti. Piano piano, al netto della classica disinformazione mediatica da instant news, l’orrore e il dolore diventano sempre più reali, sempre più vicini, raggiungendo tutti gli appassionati di basket e di sport in generale dritto al cuore. Kobe se ne è andato per sempre, e con lui la promettente figlia Gianna, che stava accompagnando a giocare a basket insieme ad altre famiglie. Muoiono altre sette persone. Probabilmente, dirà la polizia, per un errore umano.

Nelle settimane successive, fra gli addetti ai lavori e i media, non si sarebbe parlato d’altro. Fino a quando, insomma, lo sapete. L’All Star Game è un tributo, nessuno vuole sorridere. Passano poche settimane e la NBA viene investita dal covid. L’interruzione. Il ritorno in campo mentre fuori afroamericani e non sono in strada per i propri diritti, a sostegno del movimento Black Lives Matter. La bolla di Orlando. E l’happy ending hollywoodiano, con i Lakers di Lebron James che vincono il titolo e lo dedicano a Kobe. Tutto questo fa male, perché non lo riporterà in vita. Ma è necessario per riflettere sulla sua eredità. Non quella economica e finanziaria, che non interessa qui. Ma sportiva e mentale.

L’eredità di Kobe Bryant: la Mamba Mentality

La sera prima di andarsene per sempre, Kobe era allo Staples per rendere omaggio a Lebron James, colui che ne aveva raccolto il testimone. The King infatti l’avrebbe superato quella notte nel numero di punti totali in carriera, in stagione regolare. Kobe è lì a bordo campo a scambiare un cinque con quelli che, fino a pochi anni prima, erano compagni e avversari. Nessuno nell’arena avrebbe mai pensato a quella partita come la sua ultima apparizione pubblica.

Quante volte Kobe è caduto e si è rialzato? Quante volte ha perso, e la notte stessa era da solo in palestra ad allenarsi fino al mattino seguente. Senza chiudere occhio, avrebbe atteso i compagni per l’allenamento di squadra. Gli aneddoti si sprecano. Sui social e in TV ognuno racconta il suo. Anche l’Italia è in lutto, mentre tutti ricorderanno per sempre cosa stavano facendo nell’istante in cui hanno ricevuto la notizia. Mi viene in mente, fra tanti, Shaq, compagno di mille avventure, che nell’ultima partita in carriera di Kobe, contro i Jazz, disse: “I challenged him to score 50, that Moth**cka scored 60!” 

La Mamba Mentality era Kobe. La sua eredità sportiva. Il rispetto per il basket femminile. In uno dei suoi ultimi tweet, sponsorizzando le attività connesse a sua figlia Gianna, scriveva che “ci sono atlete nella WNBA che potrebbero tranquillamente giocare nella NBA”. Non hanno avuto maschi, lui e Vanessa, ma quattro splendide fanciulle. Una di queste se ne è andata con lui, fra le sue braccia, ed è la cosa che tutt’oggi mi spezza il cuore.

Se avessimo visto quell’elicottero precipitare. Se avessimo saputo che lì dentro c’era Kobe. Ce lo saremmo immaginati uscire illeso dalle macerie, con la figlia in braccio, come un vero supereroe. Forse perché prima, quelli come lui alla Marvel non li facevano morire. Deve essere successo qualcosa, deve essere cambiata la prospettiva. Come col Grande Torino, gli eroi non invecchiano. Muoiono prima che le rughe dell’età e della mente ne intacchino la memoria. Resterà eternamente giovane, Kobe.

E in quell’ultimo fade away jumper, il countdown del cronometro segnerà ancora 3-2-1, mentre sulla sirena la palla, scagliata con superba eleganza dalle mani del 24 (o dell’8, se più vi piace), accarezzerà la retina, come un padre con la propria figlia.

Fonte immagine copertina: commons.wikimedia.org di pubblico dominio.

Fonte consultata: CNN on TMZ reporting Kobe’s death

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