Steph Curry ha superato Ray Allen, fermo a quota 2973 triple, come numero di canestri da 3 punti realizzati in carriera. Ma aveva davvero bisogno di questo record per essere considerato il più grande tiratore della storia del gioco? No. Perché Steph è molto più di questo, ma è attraverso il suo range di tiro che ha rivoluzionato la NBA.

Steph Curry

Gli americani amano le belle storie. Non solo loro, in verità, ma devono essere scritte in un certo modo, ovvero, devono esserci dei numeri significativi, da “record”. Possono andar bene quattro cifre, tipo 2974? Sì, vanno matti per i numeri, manco fossero, teatralmente parlando, i numeri innumeri del grande Plauto. Non può mancare il contesto perfetto. La Big Apple, la Mecca del Basket, il Madison Square Garden. I fan ad assiepare le tribune e i bordi del campo. Il buono perfetto, con la faccia da baby killer. Se ci sono i cattivi meglio, altrimenti se ne può fare a meno. I Knicks di oggi in effetti di cattivo hanno poco.

C’erano invece, ad applaudire il record di triple all time di Steph Curry, Ray Allen e Reggie Miller, rispettivamente il numero 2 e 3 della specialità, non solo statisticamente parlando. Il momento perfetto, le istantanee che tramanderanno quell’attimo ai posteri. Tutti in piedi, applausi, abbracci calorosi, commozione. Eppure, Steph Curry, due volte MVP della regular season, tre volte campione NBA con i Golden State Warriors, l’uomo che ha rivoluzionato il gioco come oggi lo conosciamo, non aveva bisogno di quei freddi numeri per confermare chi fosse, chi è.

Se il maligno non è sul parquet, è di certo quella vocina fuori campo, quella frase un po’ cattivella che si insinua nei padiglioni auricolari. Quel “sì ma…” sibillato come un pensiero che ti tormenta e ricaccia indietro il sonno mentre stai contando l’ultima pecorella. “Sì ma…non ha mai vinto un MVP delle finals!” Come no? No? No. Iguodala, la classe operaia che va in paradiso anche senza Volontè, e Kevin Durant (2x), sì proprio lui, quello che aveva compiuto “la scelta di comodo di unirsi alla squadra che vince”, l’hanno vinto al posto suo quando Steph e compagni hanno infilato l’anello al dito.

Ed è allora che quella maledetta vocina, una volta partito KD, è tornata a farsi sentire. Steph l’infortunato. Steph rimasto da solo senza l’altro “splash bro'” Klay Thompson. Curry, il cocco di Coach Kerr. Steph che si è ridotto a fare il tifo per il fratello Seth, dieci volte meno talentuoso di lui, ma che, deo gratia, ha creduto nel sogno NBA e l’ha meritato. Curry che tira dal logo, dagli spogliatoi, nel riscaldamento lanciando la palla in aria e facendola rimbalzare nel cesto. “Che pagliaccio!” fanno eco gli odiatori seriali da social network.

Mentre Curry ha raggiunto il suo record, quello che tutti sapevano prima o poi avrebbe stracciato, tre diverse franchigie hanno conquistato il titolo NBA. I Raptors, in quelle maledette Finals del 2019, in cui si spezzarono Klay e Durant. I Lakers di Lebron, in piena pandemia, dedicando il titolo al compianto Kobe. E i Bucks di Giannis Antetokounmpo.

Dei Golden State Warriors, però, finalmente, si sta ricominciando a parlare. E non solo per il record di Steph.

Steph Curry: il perfetto underdog

Ho trovato personalmente emblematiche le parole di Dell Curry, papà di Steph e Seth, ed ex sharpshooter della NBA, lo ricorderete soprattutto a Charlotte con la maglia degli Hornets. “In Chicago the other day, I saw LaVar Ball at the game wearing a hat that said: ‘I Told You So’”, e ha scherzato: “Well, my hat would say: ‘I Had No Idea.’”  Papà Dell scherzava, ma non troppo, confrontando le aspettative di Mr. LaVar Ball sui suoi figli (in particolare LaMelo e Lonzo) e quelle sue riguardo a Steph e Seth. Perché nonostante il talento fosse tutto lì da vedere, non solo grazie al DNA dei genitori, ma anche attraverso un’incredibile costanza e passione per il gioco, nessuno avrebbe mai pronosticato Steph Curry a questi livelli.

Sembra passata una vita, e forse lo è, da quando il prodotto di un piccolo college come Davidson cominciava a varcare i cancelli dei più grandi palazzi sportivi d’America. Non era stato quindi in un college prestigioso. Non era stato scelto alla numero uno, ma alla sette, in un draft, quello del 2009, per la verità ricchissimo di talento come di clamorosi bust. Tutti hanno dubitato di lui, della sua tenuta fisica, della sua capacità di tirare contro le braccia protese dei difensori NBA, delle sue caviglie. Nessuno, però, ha dubitato delle sue mani, seppur anche quelle sottovalutate.

Curry è il perfetto underdog. Colui che ha spostato per sempre la linea di demarcazione fra un buon tiro ed un tiro folle. Quello che ha spezzato le difese avversarie grazie a un range di tiro cosmico. Se di non soli numeri vive l’uomo, un dato però fa riflettere sull’atleta da Akron, Ohio (curiosamente, stesso luogo di nascita di “voi sapete chi”): il 42% delle sue triple arriva direttamente dal palleggio. Alla faccia di chi doveva essere troppo “small” per crearsi il tiro da solo. Curry è andato oltre ogni attesa, oltre ogni limite conosciuto. Quell’asticella del tiro da tre, che ha portato ad altezze siderali, non ha cambiato solo il suo destino, ma la storia del gioco. Perché dal momento in cui ha messo piede nella NBA, è esistito un prima e un dopo Steph.

Non male, per un piccolo grande uomo.

Fonte immagine copertina: Sportscasting

Fonte consultata: nba.com

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