Il mondo dell’amato Fùtbol sappiamo essere molto maschilista e chiuso in termini di accettazione di chi non rientri nella logica bomberistica.

Il tema dell’omosessualità è già un qualcosa di spinoso, nel lato maschile del pallone. Il coming out di calciatori è una rarità. Il potersi confrontare con un tema quale la transessualità è, ad oggi, praticamente quasi impensabile.

Una brevissima digressione è necessaria sul tema. Lo spettro della sessualità è amplissimo ed in esso la transessualità si innesta come la identificazione di sè stessi nel genere opposto a quello di nascita che desiderano modificare anche i propri genitali per diventare il più possibile simili al “sesso” di elezione.

Questa volontà, però, a livello normativo è ancora difficile da vedersela riconosciuta e gli ostacoli che si frappongono al riconoscimento anche, banalmente, sull’abbonamento del bus o della metro sono molteplici e spesso insormontabili.

Tornando all’ambito prettamente sportivo, la partecipazione dei transgender e dei transessuali è argomento spinoso e per raccontare cosa significhi e cosa implichi si passerà attraverso alcune storie e le rispettive epopee.

In Italia c’è Marina Rinaldi, prima allenatrice transgender italiana, che gestisce il San Michele Rufoli in Terza Categoria del San Michele Rufoli essendo stata ingaggiata, si pensi un pò, da don Michele Alfano e don Giuseppe Greco, rispettivamente parroco di Rufoli e Ogliara.

Ora dirige la scuola calcio dell’Ogliarese. In una recente intervista ha raccontato cosa ha vissuto: “Sento l’impegno nei confronti dei ragazzi, anche perché parliamo di una zona un po’ emarginata della nostra città. Non ho avuto nessun tipo di problema, la federazione di Salerno non solo mi ha accettata, ma mi ha letteralmente accolta a braccia aperte. Sin dal primo giorno sono stata trattata come un allenatore uguale agli altri, in campo e fuori. Non ho discriminazioni da lamentare, solo tanta gente da ringraziare. Moralmente sono sempre stata una donna: il mio fisico è cambiato, ma io no. Avere un corpo che rappresentasse ciò che mi sentivo era il sogno della mia vita, ringrazio la mia famiglia e il Signore per avere permesso che si realizzasse. Ognuno di noi è ciò che sceglie di essere. Ho sempre condotto una esistenza tranquilla, così come in maniera normale ho vissuto il mio cambiamento fisico. Ci sono situazioni e situazioni, questo è chiaro, e il pregiudizio fa parte della natura umana. Ma se cammini a testa alta, prima o poi imbocchi la strada giusta. Il calcio maschile e quello femminile sono due discipline simili e diverse, autentiche ciascuna a modo proprio. Ognuna con la sua poesia, ma con differenze di sostanza tra loro.”

Altro emblema è il 28enne Kumi Yokoyama. Dopo aver giocato per il Giappone femminile ai Mondiali del 2019, dichirò di aver subito un intervento chirurgico sul proprio tessuto mammario aggiungendo che si sarebbe sottoposto ad ulteriori interventi: “Ho frequentato diverse donne nel corso degli anni, ma ho dovuto tenere tutto segreto in Giappone“, aggiungendo: “In Giappone mi veniva sempre chiesto se avevo un fidanzato, ma poi negli Stati Uniti mi veniva chiesto se avevo un ragazzo o una ragazza. Quando la mia ragazza ha detto che non c’era motivo per me di rimanere nell’ombra, mi ha davvero colpito. Il coming out non era qualcosa di cui ero entusiasta, ma se penso alla mia vita che va avanti, sarebbe più difficile vivere tenendo tutti all’oscuro della verità, quindi ho trovato il coraggio di uscire allo scoperto

Jaiyah SaeluaLa prima donna apertamente transgender e fa’afafine a competere in una partita di qualificazione maschile per la Coppa del Mondo FIFA.  Jaiyah racconta: “Sono sempre stato molto veloce e non avevo paura di stare con i ragazzi. Il calcio mi ha dato lo spazio per essere me stesso“.

Fa’afafine è l’identificazione di Saelua fin dall’adolescenza. Termine generico in Sāmoa per le persone che si identificano come non binari ma con caratteristiche femminili: “più che un’identità è un modo della vita” afferma Saelua.

La sua storia inizia come futbolista all’età di 11 anni a Fatumafuti, nel punto più orientale dell’isola di Tutuila, parte dell’arcipelago delle Samoa Americane. Vinse il campionato nel loro primo anno: “Ero molto competitiva: odiavo perdere“.

A soli 14 anni, Saelua viene chiamato ad allenarsi con la nazionale maggiore. Due anni dopo, a soli 16 anni, gioca la sua prima partita internazionale. Tra gli undici titolari.

Sappiamo, però, che nelle Samoa Americane il calcio non è propriamente lo sport nazionale. Nel 2001 la squadra divenne famosa per la peggior sconfitta nella storia del calcio internazionale:  31-0 dall’Australia. Determinata a qualificarsi alla Coppa del Mondo FIFA 2014, la squadra è stata totalmente rifondata sotto la guida dell’olandese Thomas Rongen per scacciare quei demoni.

I primi frutti si fecero vedere. Quella squadra che includeva Saelua in pianta stabile, vinse la sua prima partita di qualificazione per 2-1 sul Tonga. Ciò, però, non valse il passaggio al turno successivo. Ma quell’epopea vennero immortalati in un documentario che portò Saelua all’attenzione globale.

Tutto ciò, però, non rendeva meno semplice la vita per Saelua. Perchè essere una stella del calcio e un fa’afafine ha sempre rappresentato un termine di conflitto. E non localmente, ma globalmente. Infatti Saelua disse: “È molto comune, in realtà, che fa’afafine pratichi sport… La società samoana non ha limiti su ciò che fa’afafine può perseguire nella vita. In qualsiasi cosa scegliamo di fare, la società nelle isole ci vedrà sempre come risorse. Ogni volta che siamo scesi in campo, siamo stati giudicati dalle nostre prestazioni come atleti, e non dal modo in cui abbiamo oscillato i fianchi, o come abbiamo corso, o come abbiamo festeggiato”.

Essere fa’afafine per Saelua non è stata un’epifania ma, piuttosto, un lento processo di comprensione graduale. “Provenendo da una cultura che accettava e nutriva così tanto la fa’afafine, non è stato difficile per me accettare chi ero e vivere la mia vita come una fa’afafine“.

Ma ciò non lo è stato nel mondo del calcio. “Francamente, non mi rendevo conto di quanto fosse facile qui nelle Samoa americane fino a quando non sono diventata un’adulta che vive all’estero come donna ‘transgender’. Questo di per sé la dice lunga su come le diverse culture possano essere nell’accettare la diversità nelle rispettive società”. Prosegue: “Per qualcuno che si identifica come entrambi, essere transgender non ti rende meno fa’afafine dopo essere diventata fisicamente una donna. Sei ancora fa’afafine sia prima che dopo la transizione perché sei ancora e sei sempre stato samoano. Sono diventato in qualche modo un’icona per l’inclusione dei transgender nello sport, e così sono arrivate le responsabilità di utilizzare questa piattaforma per aiutare il resto del mondo ad accettare, rispettare e apprezzare persone come me“.

Queste vicende ci danno uno spaccato di come l’accettazione di sè stessi diventi un primo inevitabile passo per potersi mostrare e dichiarare per ciò che si è e il Gioco, in questo senso, è stato un contenitore comune dove ciascun* atlet* ha potuto essere realmente sè stess*.

Ma c’è anche Mara Gomez. Giocatrice transgender argentina e prima atleta a firmare un contratto professionistico in una squadra di Prima divisione del campionato femminile albiceleste ha detto: “Il calcio mi ha salvato la vita. In passato ho vissuto momenti difficili. Ma da quando gioco a pallone mi hanno trattato sempre molto bene. Non mi sono mai sentita esclusa. Dovrebbe essere questa la normalità. D’altronde, facciamo tutte lo stesso mestiere, non è vero?“.

Forse è tutto qua. Il Gioco non esclude. La pelota no se mancha con omofobia, razzismo e altre amenità discriminatorie. La pelota include. Sempre. That’s why we do love Football.

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