Lo scandalo molestie colpisce la NWSL, il più prestigioso campionato femminile di calcio del mondo. E ci svela come neanche gli Stati Uniti siano l’Eden per le donne che calciano il pallone.

La National Women Soccer League, la principale lega femminile di calcio negli Stati Uniti, ai primi dello scorso ottobre è stata sconvolta dall’esplosione dello scandalo sexual harrasment, a seguito dell’approfondita inchiesta della reporter Meg Linehan per The Atlethic, relativa alle condotte di Paul Riley, coach delle North Carolina Courage e uno dei più importanti e vincenti allenatori del Soccer femminile.

I fatti in questione, relativi già al 2011 quando coach Riley era sulla panchina del Philadelphia Indipendence, si basano sulle denunce delle calciatrici Sinead Farrelly e Mana Shim. Queste hanno testimoniato nel dettaglio gli atteggiamenti, le avances e i confini oltrepassati da Riley nel corso degli anni. Secondo la Farrelly, le prime forme di abuso risalgono appunto al 2011, quando era stata selezionata dal coach alle draft della Women’s Professional College. L’ossessione di Riley nei suoi confronti era poi cresciuta rapidamente e l’interesse, che alla giovane calciatrice inizialmente appariva come paterno, rivelava presto i segni dell’abuso, prima psicologico e in seguito fisico.

La calciatrice, succube dell’uomo forte della sua posizione di potere, vedeva sempre più legate la propria vita e carriera ai destini dell’allenatore 47enne, tanto da esser indotta a seguirlo al Portland Thorns nel 2014, quando Riley ne prese le redini. Anche nel team dell’Oregon gli abusi proseguirono, e il controllo di Riley sulla giocatrice divenne tale da impedirle di rispondere persino alle convocazioni della Nazionale statunitense. Ma nel frattempo le mire dell’allenatore si spostarono anche su una nuova recluta del Portland, Meleana “Mana” Shim.

Con lo stesso modus operandi perpetrato con Farrelly, Riley ha imposto la sua presenza nociva nella vita di Shim, con (secondo le testimonianze) commenti sprezzanti sulla sessualità delle ragazze e costringendole persino ad atteggiamenti intimi davanti a lui, in cambio di evitar loro allenamenti inutilmente sfiancanti.

Solo in seguito alla denuncia delle due giocatrici rivolta alla presidenza del club, supportata da Alex Morgan una volta venuta a conoscenza degli eventi, il contratto di Paul Riley col Portland Thorns non fu rinnovato dopo la stagione 2015. Ma la mancanza di trasparenza e onestà da parte della società e della lega stessa permise l’assunzione di Riley nel 2017 al North Carolina Courage.

Sempre secondo la Morgan, oltretutto lo scorso anno il board della NWSL rifiutò di approfondire le inchieste interne contro Riley, nonché quelle nei confronti di Richie Burke (ex coach delle Washington Spirit) e Christy Holly (del Racing Louisville). Il primo, finito sotto inchiesta per abusi verbali nei confronti delle proprie atlete, è stato licenziato a fine settembre, pochi giorni prima la pubblicazione dell’inchiesta del The Atlethic. Il secondo invece era stato licenziato “for cause” già sul finire di agosto per “toxic work environment”. Holly inoltre era già rimasto coinvolto in un’inchiesta federale contro la Global Premier Soccer, relativa a falsi visti concessi a giovani calciatrici, procedimento poi concluso con la dichiarazione di colpevolezza del chief operating officer Justin Capell.

Tutti questi fatti, che gettano un’ombra inquietante su quello che è il più prestigioso circus calcistico per donne al mondo, sono culminati con il momentaneo stop al campionato ai primi di ottobre, imposto dal sindacato delle calciatrici con alla testa la star Megan Rapinoe; con il licenziamento di Riley e la sospensione della sua licenza di allenatore da parte della U.S. Soccer; infine con l’estromissione dal board della NWSL della commissioner Lisa Baird, alla quale la Morgan si era rivolta per segnalare i fatti, nonché della consigliera generale Lisa Levine.

La tempesta che ha colpito il campionato femminile di calcio statunitense (terminato, per inciso, con lo scudetto assegnato a Portland al termine della regular season, e la vittoria di Washington nei playoff di americana tradizione) ha portato, a conti fatti, al licenziamento degli allenatori in metà delle squadre della lega. Ai già sopracitati infatti vanno aggiunti Farid Benstiti dell’OL Reign (la “succursale” americana dell’Olympique Lione), licenziato a fine estate per “inappropriate comments” e in ultimo Rory Dames delle Chicago Red Stars, dimessosi pochi giorni fa a seguito dell’inchiesta del Washington Post sulle denunce, risalenti al 2018 e relative già al 2014, della nazionale statunitense Christen Press. La calciatrice, ora militante nel Manchester United ma in procinto di passare al neonato Angel City, aveva proprio nel 2018 formalizzato il suo reclamo direttamente alla U.S. Soccer, prima di cambiare aria e trasferirsi in Svezia, al Goteborg. Reclamo finito anche in questo caso nel nulla,

Andando oltre la semplice constatazione di come questa catena di eventi (e denunce, con tratti simili al caso #metoo) veda coinvolto uno sport, diffuso e prestigioso sul suolo americano, nel quale rimane netta la predominanza degli uomini nel ruolo di potere del coach, ci sono anche altri aspetti da considerare per una riflessione più ampia sulla situazione delle donne nel calcio, anche in Italia.

Perché è vero che sì, nella Lega ai nastri di partenza c’era una sola allenatrice, Freya Combee del Gotham FC – dimessasi ad agosto, e destinata a trovare proprio Christine Press a Los Angeles per la prossima stagione, insieme ad una vecchia conoscenza italiana, Eni Aluko, ex Juventus e nuovo DS dell’Angel – è anche vero che sono saltate anche le teste di due donne ai vertici della lega femminile. Con una responsabilità precisa a loro imputata: quella di “non aver protetto le calciatrici per l’ennesima volta”. Accuse di superficialità e di omertà, che ricordano, per certi aspetti, quella fatta in parallelo dall’australiana Lisa De Vanna, passata dalla Fiorentina nella stagione 2019-2020. La 36enne stella delle Matildas ha infatti rivelato di aver subito abusi dalle proprie compagne ai tempi della nazionale under 20, descrivendo un ambiente tossico e ampiamente tollerato a tutti i livelli.

Senza minimizzare, si stanno scoprendo segreti di Pulcinella, ovvero che in tutto il mondo il calcio, per non dire lo sport, è anche teatro di abusi dietro le quinte. Spesso e volentieri minimizzati e nascosti. Ora, tra le altre cose, anche la dimensione e il livello del soccer americano fanno sì che denunce di questo tipo godano di un’ampia cassa di risonanza mediatica, in un quadro dove le opinioni pubbliche, volente o nolente, sono più sensibili a certi tasti. Inoltre a questo possiamo aggiungere il peso “politico” del sindacato delle calciatrici professioniste statunitensi, che con la sua capacità di mettere in discussione i molteplici interessi economici che si intrecciano sulla NWSL tramite il blocco del campionato, si è confermato notevole per far sì che la questione (per ora) non venisse spazzata sotto il tappeto.

Tuttavia, l’agognata chimera del professionismo, privilegio di poche al mondo e sempre al centro delle discussioni sul calcio femminile italiano, è tutto fuorché un punto di arrivo, soprattutto se visto come scudo a molestie e prevaricazioni. Alla fine del 2020, qui in Italia un caso simile aveva colpito la Novese Femminile, all’epoca militante in Serie C, dove calciatrici avevano denunciato agli organi di giustizia sportiva i comportamenti dell’allenatore Maurizio Fossati, che andavano dalle molestie (verbali e non) allo stalking. La notizia, passata relativamente in secondo piano sui media nazionali, ad ora si è conclusa con una squalifica del tecnico fino al 2023, come stabilito dalla corte federale d’appello e confermato dal Collegio di garanzia del CONI. Si parla di un caso, ed è ingenuo leggerlo come caso isolato piuttosto che come punta di un iceberg emerso dalla melma. In Italia le atlete, dilettanti e legate alle proprie società tramite il vincolo sportivo, per la maggior parte sono ricattabili già sotto il profilo contrattuale dalle proprie società. Ma come mostra la NWSL, status da superstar con ingaggi e tutele da pro non bastano a eliminare quelle dinamiche di prevaricazione che appestano l’intero humus sociale.