Dopo la fuga dal regime talebano il futuro delle calciatrici afgane è quanto mai incerto. Le speranze di sopravvivenza del movimento sono rappresentate non tanto dalla FIFA quanto da Khalida Popal e Farkhunda Muhtaj, rispettivamente direttrice e capitana della nazionale.

A seguito del ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, lo scorso 15 agosto i talebani hanno conquistato Kabul, riportandosi al potere nello stato dell’Asia centrale dopo venti anni esatti. Ma a soli due mesi dall’arrivo della leadership talebana il paese sembra essere ormai al collasso: sia economicamente, in quanto il nuovo stato non riesce a garantire alla popolazione i beni di prima necessità, sia socialmente, attraverso l’interpretazione severa e l’altrettanto rigida applicazione della Sharia, l’insieme di regole che regolano la vita e i comportamenti dei fedeli islamici.

Non è una sorpresa che le prime persone a farne le spese sono state proprio le donne, alle quali fin dalla presa del potere è stato ordinato di lasciare i propri lavori, di interrompere l’istruzione successiva a quella elementare e di smettere di praticare lo sport. Concentrandoci su quest’ultimo aspetto, i talebani sono riusciti a spazzar via in pochi giorni vent’anni di duro lavoro nell’affermazione dello sport femminile. A questo punto l’unica possibilità per le atlete è stata, ed è tutt’ora, quella di cercare una via di fuga da un paese in cui rischiano la loro stessa vita per aver praticato attività divenute ora proibite, in quanto porterebbero le donne a mettere in mostra parti del corpo non consentite.

Tra i primi e più veloci attori che si sono mossi per aiutare queste ragazze sono state le ex allenatrici della nazionale afgana Kelly Lindsey e Haley Carter e la fondatrice ed ex capitana della selezione maggiore Khalida Popal, le quali insieme alla collaborazione della Fifpro, la rappresentativa internazionale dei calciatori professionisti, di un team di avvocati civilisti e di diverse ONG, sono riuscite a far viaggiare verso l’Australia un gruppo di 77 persone, comprendenti membri della nazionale femminile, dirigenti federativi e le loro famiglie. Si è rivelato cruciale l’aiuto tempestivo dello stato australiano che in sole 72 ore ha assicurato il visto a tutte le atlete, permettendo loro di mettersi in salvo solo dieci giorni dopo la caduta di Kabul.

Rimanendo sul terreno calcistico, tra settembre e ottobre anche il Pakistan e il Qatar hanno svolto un ruolo cruciale nell’accogliere diverse calciatrici e le loro famiglie. In collaborazione con la FIFA il paese ospitante del prossimo mondiale ha prima aiutato nella fase di evacuazione e poi successivamente accolto oltre 150 rifugiati afgani, tutti in pericolo di vita in quanto collegati con il mondo sportivo femminile. Tra queste persone troviamo componenti della nazionale, dalla selezione maggiore a quelle giovanili (U-23, U-17 e U-15), allenatori, dirigenti e arbitri. La FIFA ha comunicato che le operazioni di salvataggio stanno continuando, confermando quindi il Qatar come uno dei principali paesi che sta riuscendo a dialogare con il regime talebano. D’altronde non è un caso che gli Stati Uniti qualche anno fa scelsero proprio Doha come sede delle negoziazioni di pace con gli allora seguaci di Mohammed Omar.

Altro paese che si sta rivelando fondamentale per le operazioni di salvataggio è il più stretto vicino afgano, il Pakistan. Dalla metà di settembre oltre 200 giovani calciatrici e le loro famiglie sono riuscite a oltrepassare la città di confine Torkham ed entrare in Afghanistan, da dove sono state dirette a Lahore, la principale città progressista del paese, grazie alla cooperazione di un vasto ed eterogeneo team e, non va dimenticato, grazie anche al dialogo tra il Ministro degli Affari Esteri pakistano e gli stessi talebani. Con l’Operation Soccer Balls 80 di queste persone hanno ricevuto asilo dallo stato portoghese, che li ospita dal 19 settembre a Lisbona; anche in questo caso si è trattata di un’operazione molto complessa, coordinata da militari e politici statunitensi, da diverse ONG e dalla capitana della nazionale afgana Farkhunda Muhtaj, residente in Canada.

La capitana della nazionale femminile afgana, Farkhunda Muhtaj, visita le calciatrici e le loro famiglie appena arrivate a Lisbona. Crediti: itv.com.

Una delle missioni di salvataggio più importanti è avvenuta pochi giorni fa. Coordinata da Khalida Popal con l’essenziale aiuto di ONG, fondazioni, stato britannico (il quale ha garantito i visti) e, in particolare, grazie al contributo del Leeds United FC di Andrea Radrizzani e di Kim Kardashian, che ha coperto le spese di viaggio, l’operazione ha portato in Inghilterra 130 persone. Sia nel caso portoghese che in quello inglese i rifugiati comprendono membri delle selezioni giovanili femminili e le loro famiglie.

Questi numeri ci dicono come gran parte delle calciatrici afgane e le persone a loro legate (dirigenti e membri delle famiglie) sono state tratte in salvo. Dunque, il primo passo è stato fatto ma il lavoro è solo all’inizio. Le richieste di asilo accettate e l’ottenimento dei visti aiuterà sicuramente i rifugiati nella difficile fase dell’integrazione all’interno di luoghi nuovi e totalmente sconosciuti, ma altrettanto importante sarà fare in modo che queste atlete possano continuare a giocare a calcio permettendo al movimento femminile afgano di non scomparire, dopo anni e anni di sforzi necessari per costituirlo e farlo crescere. A questo proposito appare quanto più importante il lavoro di alcune calciatrici afgane rifugiate all’estero ormai da anni, dove spicca su tutte la già nominata Khalida Popal. Tra le fondatrici della nazionale femminile nel 2007, Khalida è stata costretta a scappare dall’Afghanistan nel 2011 a causa delle numerose minacce di morte subite per la promozione del calcio femminile nel suo paese. Da quel momento vive in Danimarca, dove ha trovato asilo politico e da cui coordina l’attività di tutte le selezioni della nazionale. Qui ha inoltre fondato Girl Power, organizzazione che promuove il calcio femminile nelle zone più difficili del pianeta e che trova il suo fulcro proprio in Afghanistan.

Khalida Popal e la compagna di squadra Farkhunda Muhtaj sono le speranze del calcio femminile afgano, le principali attrici che possono dare un futuro a un movimento calcistico in questo momento quanto mai disgregato e disunito. Probabilmente si riveleranno molto più decisive della stessa FIFA, la quale tra complicazioni politiche e burocratiche sta apparendo senz’altro più inefficiente.

In copertina, le calciatrici dell’Herat Storm celebrano la vittoria dell’ultimo campionato femminile afgano, conclusosi il 16 ottobre 2020. Crediti: Rahmatullah Alizadah/Xinhua via Getty Images.

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