Quando i grandi parlano, i bambini vanno a letto. Questo modo di dire si adatta in maniera calzante alla guerra in Ucraina che si sta svolgendo in questi giorni. O meglio, si dovrebbe adattare. In realtà una stuola di commentatori, dalla propria cameretta, con le spalle protette dal poster dell’Uomo Ragno anticipano le mosse di Putin, smascherano le strategie dei generali, commentano sprezzanti le reazioni dell’Occidente e della Cina, come una settimana prima giudicavano la mossa di Simone Inzaghi o Massimiliano Allegri.

Non manca neanche la ricerca dell’esempio che spiega tutto. Il giocatore che con le sue parole dimostra che il calcio è contro al Presidente russo. Oppure quello che con il suo impegno rappresenta tutto l’eroismo o la codardia di una nazione, di un popolo. La semplificazione che ci rassicuri.

Forse un po’ di silenzio aiuterebbe. Leggere invece di scrivere. Documentarsi invece di spiegare. Smettere di commentare compulsivamente tutto ciò che si vede. Anche perché spesso le situazioni sono più difficili, sfumate, complesse di quanto sembra da fuori.

Una storia complicata

Jaroslav Rakyckyj è nato a Peršotravens’k nella regione di Dnipropetrovsk, il 3 agosto 1989. E’ un buon difensore, di quelli rocciosi che a volte sorprendono il pubblico con un’apertura azzeccata o un gol insperato. Rakyckyj nasce calcisticamente nello Šachtar Donetsk. Fa tutta la trafila delle giovanili, fino a quanto l’allenatore Mircea Lucescu nel 2009 non lo promuove in prima squadra. Da lì in poi la sua carriera con la maglia arancio-nera è trionfale. Raccoglie affermazioni sul campo e diventa uno dei più amati dal pubblico. E’ il simbolo della lungimiranza della squadra, che promuove i propri giovani e li trasforma in giocatori molto forti. Non manca inoltre la convocazione con la nazionale.

Rakyckyj è il perfetto simbolo ucraino

Mentre sul campo la squadra di Donetsk miete successi, in piazza a Kiev si svolgono i fatti di Maidan con tutte le conseguenze che conosciamo ormai bene. Il Presidente dello Šachtar è Rinat Akhmetov che è anche il leader dell’area del Partito delle Regioni, che basa la propria politica proprio sulla forte identità regionale dell’area e che allo stesso tempo concorre a rafforzarla. Per queste sue posizioni e per la mancata condanna dei separatisti, Akhmetov viene fortemente criticato da Kiev.

In questo scenario, Rakyckyi ha sposato al 100% la causa della sua nuova città. Si sente uno di Donetsk e vive malissimo la lontananza dal Donbass, durante l’esilio forzato di Lviv e Kiev. Le sue dichiarazioni sono eloquenti: dice di pensare ogni giorno agli abitanti di Donetsk e nega che la città sia in preda ai saccheggi, anzi afferma che la sua casa non è stata toccata, perché ci sono i cittadini a difenderla. Il suo sogno è tornare a giocare alla Donbass Arena. Per sancire questo amore con la terra d’adozione, si tatua una rosa sul braccio, simbolo della città. Sembrano dichiarazioni abbastanza prive di significati nascosti, ma in un periodo di guerra e tensioni, anche le parole d’amore possono venire interpretate in chiave anti-ucraina.

Rakyckyj è il perfetto simbolo filo-separatista

Poi però la situazione cambia radicalmente. Il sito Russia Today riprende un articolo – non è chiaro se in buona fede o meno – in cui Rakyckyi dichiara più o meno che non può giocare per una nazionale di “Banderisti” (si usa questa espressione per sottolineare la forte tendenza nazionalista con riferimento al leader collaborazionista Stepan Bandera) e che il Donbass è stato, è e sarà sempre appartenente alla Russia. Il problema è che quanto detto dal terzino dello Šachtar è apparso per la prima volta sul sito ucraino footballtransfer.com.ua, ma è un pesce d’aprile. Non importa. La fase storica non ammette sottigliezze. La stampa ucraina cavalca l’onda e non si fa problemi a usare questa intervista contro un calciatore che fino ad allora aveva tenuto un comportamento per certi versi ambiguo. A gran voce chiedono l’esclusione dalla nazionale.

Nel frattempo il giocatore risulta infortunato ogni volta che deve giocare con la Sbirna (la nazionale Ucraina), ma torna disponibile per la sua squadra di club. Una sorta di limbo diplomatico che si verifica però solo per le amichevoli. Quando la posta in gioco è alta, come nelle qualificazioni, il giocatore scende in campo e il suo contributo è importante. Tuttavia è sempre sotto l’occhio inquisitorio dei media. “Non canta l’inno”. Qualsiasi cosa va bene per screditare il calciatore.

Il suo club gli consiglia di ridurre al massimo le dichiarazioni pubbliche. In questo modo cerca di preservarlo da possibili uscite controverse, ma anche da eventuali trappole dei media. In questa sorta di caccia alle streghe nel 2016 viene accusato di aver messo un like al video dell’Armata Popolare del Donetsk che festeggia il secondo anniversario dell’indipendenza.

L’ultimo “sgarbo” avviene quando il terzino decide di trasferirsi allo Zenit di San Pietroburgo, nel gennaio 2019. Il club è sponsorizzato da Gazprom ed – secondo molti – è legato alla figura di Vladimir Putin, che vede di buon occhio i colori bianco-azzurri. Un sondaggio ritiene che questa sia la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Più della metà degli intervistati dal sito Tribuna ritiene che Rakyckyi non debba più vestire i colori giallo-blu della nazionale. L’allora selezionatore Andriy Ševčenko non lo convoca per tre incontri. Il giocatore annuncia allora il proprio ritiro dalla nazionale: “Vorrei essere convocato, ma il calcio è diventato troppo politico. Oggi i giocatori vengono convocati con la paura di sbagliare”.

Rakyckyj è il perfetto simbolo anti-ucraino, filo-russo

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, Jaroslav Rakyckyj, calciatore della squadra russa dello Zenit San Pietroburgo, ha pubblicato sul suo profilo Instagram una bandiera della sua nazione, con le parole: io sono ucraino, pace in Ucraina, fermate la guerra.

Rakyckyj è il perfetto simbolo… No, Yaroslav Rakyckyj non è il simbolo di niente.

Fonte immagine copertina: Wikipedia

Fonte consultata: link nell’articolo

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