A Palermo l’ex rosanero Trajkovski manda all’inferno gli azzurri di Mancini.

Dalle stelle alle stalle. 5 anni dopo, e con un Europeo vinto in mezzo, è ancora psicodramma Italia. Gli azzurri mancano la qualificazione al mondiale, e sono la quarta nazionale campione d’Europa a riuscire “nell’impresa”. Prima di lei: Cecoslovacchia ai Mondiali del ’78, Danimarca a Usa ’94, Grecia a Germania 2006. Quest’ultimo, torneo vinto proprio dall’Italia, è anche l’ultimo ad aver visto gli azzurri disputare una partita della fase ad eliminazione diretta. Chi l’avrebbe detto, dopo quella sera di luglio a Berlino, che ci sarebbero voluti minimo vent’anni anche solo per rigiocarsi un ottavo di finale.

L’Italia non si qualifica, e stavolta forse ancora in maniera più bruciante, contro la piccolissima Macedonia del Nord, che meno diun anno fa aveva esordito agli Europei rimediando tanti applausi di simpatia e tanti gol subiti. Macedonia del Nord che già aveva fatto la sua nuova, piccola impresa qualificandosi agli spareggi. Al fotofinish o quasi, come con l’Italia. Mettendo il “musetto davanti” alla Romania dopo la penultima giornata, mentre la nazionale dei Carpazi si impantanava sullo 0-0 contro l’Islanda.

Tre giorni dopo, Macedonia del Nord-Islanda terminava 3-1 con la doppietta decisiva di Elmas, mentre i rumeni in Liechtenstein vincevano inutilmente 2-0, segnando all’inizio e allo scadere di una partita che trasudava amarezza. Eljif Elmas, proprio lui, riserva del Napoli, probabilmente il giocatore più talentuoso di una squadra orfana di Goran Pandev per sopraggiunti limiti di età. Elmas che aveva segnato i gol decisivi della qualificazione. Elmas che aveva rifilato l’unica sconfitta alla Germania nel girone, un 2-1 a Duisburg firmato all’85esimo (di Pandev, per l’appunto, la prima rete). Eljif Elmas, che con l’Italia non c’era perché squalificato.

Una compagine la Macedonia del Nord che, seppur priva di elementi chiave, si presentava a Palermo come una squadra vera, con giocatori al massimo della propria maturità calcistica. “Giocheranno con la leggerezza di chi non ha niente da perdere, ma anche con la voglia di chi sa di poter fare la storia del proprio paese” diceva Gianni Galleri, fra i maggiori conoscitori di calcio est-europeo, ospite di “Palla al Centro” su Radio1 nella mattinata della partita. L’hanno fatta, la storia. O quasi. C’è il Portogallo nell’ultimo spareggio da affrontare. Ma alla selezione ex-jugoslava niente viene chiesto, tutto è dovuto. Ogni passetto avanti è una legittima impresa, e anche qualora non dovessero centrare la loro prima qualificazione al Mondiale, rimarranno comunque agli annali come i castigatori dell’Italia campione d’Europa. La firma ce la mette Aleksandar Trajkovski, quattro anni a Palermo, 113 presenze e 20 reti tra A e B. Controllo e tiro incrociato all’angolino, battuto Donnarumma, ed entra nella storia.

Da campioni d’Europa all’esclusione dal Mondiale

Già, l’Italia. Palermo-Milano connection. Con la Macedonia al Barbera come contro la Svezia a San Siro, di nuovo. Eppure era tutto diverso, o quasi. Diverse le premesse, diverso il percorso, diverso il concetto di calcio mostrato. Era la rivoluzione moderata di Mancini che aveva introdotto il gioco posizionale in Nazionale, quasi come fosse la pietra filosofale per un’Italia che a livello concettuale rimane la patria del contropiedismo. E che era riuscito a compiere senza traumi un certo ricambio generazionale.

Dibattito questo in gran parte falsato. Sia per la filosofia del gioco (non esiste un sistema di gioco vincente a priori, esistono concetti più o meno assimilabili dai giocatori e metodi per esaltarne le caratteristiche), sia per l’iniezione dei famigerati giovani. Alla fine, Mancini aveva fatto cose semplici ma ragionevoli. Mettere al centro del sistema giocatori come Jorginho e Verratti, portati per caratteristiche a un gioco fatto di predominio territoriale, e riutilizzare principi che erano oramai familiari a tanti fra gli uomini tecnicamente più validi.

E sui giovani, oggettivamente portare in pianta stabile in azzurro elementi come Federico Chiesa non dev’essere stato così complicato. Anche se, va detto, la cosa non appariva molto semplice rispetto ad un gruppo che aveva fallito ogni appuntamento post 2012, e che era arrivato allo spareggio del 2017 in quasi-autogestione dei senatori (con i risultati ben noti). Mancini ha salvato capra e cavoli ed è ripartito con pazienza, ottenendo i risultati poi culminati con l’Europeo del 2021.

Già, l’Europeo 2021. Sembra passata una vita dagli azzurri campioni d’Europa. Eppure era solo la scorsa estate, quella dei trionfi italiani in tutti gli sport, Olimpiade compresa. La Nazionale da allora ha giocato otto partite. Ne ha vinte due, pareggiate quattro e perse due, contro la Spagna in semifinale di Nations League e contro la Macedonia del Nord. Lo stesso numero di sconfitte dei precedenti tre anni di gestione Mancini, datate entrambe 2018, subite contro la Francia in amichevole e contro il Portogallo nel girone di Nations League.

(Photo by Alberto PIZZOLI / AFP) (Photo by ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images)

Ma, cambiando prospettiva, si può anche dire che dalla fine dei gironi dell’Europeo l’Italia abbia battuto solo Belgio e Lituania. Belgio due volte, entrambe per 2-1, ai quarti di Euro2020 e nella finalina di Nations League. E Lituania 5-0, nell’unica vittoria post-europeo alle qualificazioni mondiali (accompagnata dai quattro pari segnati dagli errori dal dischetto di Jorginho). Il resto, è una lunga sfilza di pareggi nei tempi regolamentari. E se all’Europeo gli azzurri avevano brillato, nella fase finale, soprattutto per tenuta mentale, quell’equilibrio perfetto tra leggerezza e tensione agonistica è via via svanito. Forse sotto il peso della responsabilità di esser campioni continentali.

Il punto tattico

Su un piano tattico e di qualità della prestazioni, la gara con la Macedonia del Nord è stata il punto finale di un trend in discesa. Un trend che, e qui forse è la principale responsabilità del commissario tecnico, non è stato letto e non si è fatto nulla per correggerlo. L’Italia, squadra dalla costruzione propositiva e dall’elegante sviluppo del possesso palla, si perde drammaticamente in fase di rifinitura e finalizzazione. Un problema comune, per le squadre che fanno del possesso il loro mantra ma sono poco precise (o poco veloci) dalla trequarti in su. L’avversario non muove le linee, non è attirato dal possesso, e congestiona gli spazi davanti alla propria porta (Allegri docet). Soluzioni?

Migliorare la pulizia delle giocate, accelerare il giropalla, sfruttare gli inserimenti da dietro per creare la superiorità numerica, provocare gli 1vs1. E non disdegnare la palla in verticale prima che l’avversario ripieghi e si trinceri. Tutte opzioni che l’Italia non ha saputo, o potuto, cercare, soprattutto nelle gare contro Irlanda del Nord e Macedonia del Nord. Per mancanza di alcuni giocatori, e per mancanze di quelli a disposizione.

All’Italia sono infatti mancate le soluzioni alternative anche in termini di uomini, va detto. Spinazzola, perso per infortunio dai quarti di finale contro il Belgio, ha caratteristiche che favoriscono la creazione di una superiorità numerica sul “lato forte”. Capacità di portare una pressione molto alta, indubbie qualità tecniche nell’1vs1 e grande abilità nell’attacco degli spazi. Era lui la vera chiave tattica di Mancini in fase offensiva, incastrandosi perfettamente con Insigne e soprattutto con Verratti, mezzala di possesso orbitante in quella zona, poco propenso all’attacco della profondità ma capace di avere (e leggere) più soluzioni di passaggio in avanti. Al suo posto, Emerson non è mai andato seriamente oltre il compitino.

Dall’altro lato, posto un Di Lorenzo naturalmente più portato a coprire ma capace di portarsi avanti come “quinto”, l’opzione Chiesa poteva garantire soluzioni di forza contro difese blindate, mentre il miglior Barella avrebbe dato tanto in termini sia di inserimenti da dietro, sia di soluzioni da fuori. A più riprese, questi elementi sono mancati tutti, specie contro i macedoni. Sia per infortuni fisici, sia per un calo in termini di rendimento. Per non parlare delle spirali di negatività in azzurro: emblematico Jorginho, rimasto intrappolato tra i fantasmi dei rigori sbagliati contro la Svizzera.

Una crisi di fiducia

Un’equilibrio quasi perfetto ma delicato, quello trovato da Mancini per l’Europeo, fatto soprattutto di tanti giocatori al massimo della loro condizione e mentalmente carichi a pallettoni. Equilibrio mantenuto a tutti i costi fino all’ultimo rigore fallito dall’Inghilterra, e venuto progressivamente meno dopo l’Europeo. In effetti, se si guarda bene, pochi dei giocatori a disposizione per gli spareggi erano veramente al top della forma, complice anche in finale di stagione. Oltretutto, certi limiti degli azzurri si erano visti già quest’estate e poi a settembre, specie riguardo le difficoltà sottoporta, Immobile in primis.

L’attaccante della Lazio, dalle medie-gol vertiginose in campionato ma sempre sofferente in azzurro, è sempre apparso come ingabbiato in un impianto di gioco che ne reprimesse le caratteristiche. La mancanza del gol e le critiche annesse hanno fatto il resto. E, a dire il vero, chi è stato chiamato a sostituirlo non ha fatto meglio, a conferma che comunque, là davanti, qualcosa manca a livello concettuale oltre che tecnico.

Così la ricerca del controllo del gioco, partita dopo partita, da mezzo per la vittoria è diventato fine nel quale specchiarsi. Controllo puramente statistico, fatto di percentuali di possesso conservativo e numero assoluto di conclusioni, spesso poco pericolose. Contro l’Irlanda del Nord come contro la Macedonia del Nord. L’economia di entrambe le gare ha avuto una piega lenta e inesorabile: più scorreva il tempo, più il loro fortino difensivo teneva, e allora più queste modeste avversarie entravano in fiducia. Piccoli segnali, come qualche tentativo in più di uscita dal basso, qualche giocata più pulita in fase di sviluppo, qualche incertezza difensiva in meno, mentre negli azzurri subentrava un senso di frustrazione. Con una variabile forse decisiva: ai macedoni interessava vincere.

italia mancini

(Photo by ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images)

Ed è qui che il CT Mancini si perde, mostrando forse il suo limite principale, quello di non cogliere, o non saper come incidere, su una squadra che sta passando dal non segnare perché sbaglia sottoporta al non segnare perché non sa più come attaccare la porta. E per l’ultima partita il Mancio forse si rende anche conto di essersi dato un po’ la zappa sui piedi. Spedendo in tribuna un centravanti con caratteristiche diverse (Scamacca) e qualche cartuccia da spendere sulla trequarti capace di saltare l’uomo (Zaccagni e Zaniolo). Per carità, non stiamo parlando di Baggio o Del Piero. Ma sono state scelte sue.

Ed è pure difficile non registrare una certa inerzia del commissario tecnico, che temporeggia troppo nel mandare dentro il propositivo Raspadori per lo spento Insigne. O che, anche nei minuti finali, non sposta nulla a livello tattico. Tonali per un Barella in riserva da mesi a quindici minuti dalla fine rimane una scelta poco comprensibile, specie se unita a Pellegrini inserito come ala e sballottato su entrambe le fasce. Anche l’ingresso di Joao Pedro (perché?) lascia quel retrogusto di carta della disperazione.

La mitologia della “ricostruzione

Siamo di nuovo qua, alla ricostruzione. Che sarà mai questa fantomatica ricostruzione poi? Ah, giusto, i troppi stranieri in Serie A, l’ha detto pure il presidente Gravina. Il vecchio solito cavallo di battaglia, almeno dagli anni ’60. Ovvero da quando gli azzurri andarono in rotta contro la Corea del Nord. Troppi stranieri non si sa rispetto a cosa, dato che la percentuale di calciatori stranieri nel nostro torneo è uguale a quella dei top campionati europei. E, soprattutto, è la stessa della scorsa estate, quando Bonucci ricordava a Wembley l’importanza del mangiare pastasciutta. E qualcuno rilancerà ancora i giovani così a buffo, come Lorenzo Lucca. Proposto a ottobre come centravanti al posto di Immobile, dopo sei reti segnate con il Pisa in B. Da allora, non ha più segnato. O Luca Moro, capocannoniere della Serie C con il Catania, di proprietà del Sassuolo. In orbita Under-21 e impegnato con l’Under-20 contro la Germania poche ore prima di Italia-Macedonia del Nord.

La ricostruzione non esiste, specie se è dettata dal solito, eterno, criterio emergenziale legato a doppio filo con il rendimento della Nazionale. Prima dell’Europeo il sottoscritto (perdonate l’autocitazione) analizzava su Linea Mediana (qui il link) le potenziali fragilità del rinnovamento azzurro. Su tutte, il loro essere un’operazione di vertice centrata su Roberto Mancini, senza che poi fosse fatto alcunché a livello più basso. Insomma, il ct ha sì ricostruito la Nazionale (ottenendo il massimo se non di più la scorsa estate), ma il terreno su cui opera è comunque quello sempre più infertile del calcio italiano.

Un calcio in crisi pluridecennale dove il talento fatica ad emergere, e dove il modello di crescita top-down fallisce malamente per l’ennesima volta. La Serie A ce lo racconta: un campionato ancora competitivo e quest’anno aperto, ma dove sono proprio le big, alle quali è assegnato un ruolo trainante nei percorsi di crescita, ad annaspare tra difficoltà tecniche e finanziarie. Di contro, il livello delle medio-piccole si è persino alzato, specie in termini di gioco espresso. E allora, per mantenere la soglia di galleggiamento, quando possono queste sparano alto per i propri talenti, spesso giocatori il cui percorso di crescita rimane frastagliato e non compiuto. Tra discontinuità e l’esser sempre al sicuro dalle responsabilità di partite importanti. Tipo quelle contro la Macedonia del Nord.

Fonte immagine copertina: Tullio M. Puglia/Getty Images

Fonte consultata: link nel corpo del testo

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